POST020:IlDJ”suona”=CoverBand”iosuono”.E_boh.

venerdì, luglio 3rd, 2015

Ogni volta che qualcuno mi unfollowa su twitter stappo una bottiglia di birra dell’EuroSpin. La verità è che questo blog è nato per nutrire la mia misantropia, tipo con articoli del genere. Perché io odio praticamente tutti. Tranne te che stai leggendo, mi pare ovvio.

Se volete fare incazzare un musicista provate ad associare le parole “DJ” e “suonare”. Babba bia. Se il tizio è un metallaro rischiate che ve le suoni, se è un intellettuale si adopererà per farvi venire l’orchite. Il termine è vittima della traduzione dall’inglese, in cui PLAY (che vuol dire anche giocare) viene utilizzato praticamente per tutto ciò che è “fare” in un contesto ludico. Play soccer, play music, play a record. Trad: suona a pallone, suona musica, suona un disco. Più o meno, shis. Vabè, in sostanza, l’idea che un tizio che butta un disco su un piatto stia “suonando” fa imbestialire il povero disgraziato che ha studiato settordici anni le scale, il solfeggio e le partiture di Beethoven. Non ce la fanno ad accettarlo. Per loro è come se Dan Bilzerian dicesse “vado a lavoro” ad un minatore turco. Eh no, non si fa. Io ho smesso di rompermi i coglioni con chi fa sti discorsi. E poi ho molto più rispetto per Fatboy Slim che per i Pooh, sia chiaro, nonostante quei quattro (tre?) bovari “suonino”. A me piacciono i DJ, e anche chi non li apprezza dovrebbe farsi due domande sul perché Calvin Harris non va a suonare alla sagra del porcellino sardo ma riempie i club più fighi di Las Vegas. Cazzo, sarà più bravo del tizio che veniva a scuola con voi e che faceva il DJ alle feste di fine anno no? A meno che non abbiate fatto la prima media con Dave Guetta, probabilmente sì. Quindi tutto si riduce ad una mera disputa sulla traduzione di “play”. Va bene, facciamo finta che chi mette i dischi non “suoni” ma “si adoperi nell’arte di collegare canzoni tra di loro mediante l’utilizzo di strumenti elettronici”. Perbacco, però strumenti si può dire? Facciamo di sì. Ok allora? La definizione è corretta? Siete più felici e potrete dormire questa notte? Col cazzo! Adesso ve lo rovino io il sonno! Suonate in una cover band? Bene, allora piantatela di definirvi musicisti. Non lo siete. Siete degli “hobbisti musicali che si dilettano nel proporre al pubblico quello che altri hanno creato”. Che mi dite ora?! Scacco matto tributi a Vasco Rossi!

Leggetevi un libro per le vacanze. Si chiama “Psychic Confusion” ed è storia dei Sonic Youth. Parla dell’ultimo grande periodo rivoluzionario della storia della musica, a cavallo tra gli anni ottanta e i novanta. Quando l’underground, grazie alla breccia creata da Nevermind, ha sfondato le barriere dollarose e invaso il mainstream con un esercito di prodotti artisticamente importanti sino a quel momento ghettizzati dalle classifiche. Gente come Mudhoney, Soundgarden, Black Flag, Dinosaur Jr e Melvins hanno suonato le campane a morto a tutto il pop e al rock californiano di Guns ‘n’ Roses e compagnia. C’è pure un documentario: “1991: the year that punk broke”. L’ultima vera rivoluzione rock che, come accade a tutto ciò che riguarda il rock (quello vero), è poi finita in merda. Ma non voglio star qui a blaterare di new-wave post punk noise e grunge. Volevo solo fare un appunto: quella gente suonava. Per davvero. Qualcuno lo chiamava rumore, qualcun altro merda. E intanto loro suonavano. Inventavano. Qualcuno lo ha preso nel culo, qualcun altro è diventato i Pearl Jam e i Sonic Youth sono ancora lì a spiegare ai ragazzini cos’è l’underground e cos’è la sperimentazione. Un micromondo preso a cazzi in faccia sino a quando i ragazzi non hanno comprato due milioni di quel CD azzurro in una settimana. Il rischio che mai arrivasse un “Nevermind” a scavalcare il muro c’era, ma loro suonavano e lo avrebbero fatto sempre. E comunque. Non c’è mai stato il rischio che a Thurston Moore venisse in mente di andare nei locali a fare le cover degli WHAM! Perché loro suonavano per davvero.  Prendere in mano uno strumento per riprodurre le espressioni artistiche di altra gente è una roba da ragazzini. No davvero. Lo si fa all’inizio. Poi, di grazia, o appendete il basso al chiodo oppure lo sfruttate per disegnare qualcosa nell’universo. Il vostro nome magari.

Che poi è una roba che succede solo con la musica, porca di quella merda. Voglio dire, non è che un giorno vi viene in mente di ricopiare su un quaderno Guerra e Pace o Harry Potter. O di riprodurre serigrafie di Marilyn Monroe tutte colorate. No. Però se il chitarrista non fa il solo di Hotel California uguale a quello del disco gli sciogliete il roypnol nella sprite e poi lo lasciate davanti al McDrive senza mutande e pantaloni. Perché? Locali invasi da tributi a Liga Jova Pelù, sagre di paese con gente uscita dal conservatorio che fa i medley degli 883 (vergogna. Seriamente). Santo cielo. Poi si incazzano se le persone impazziscono per “Cheerleader” di OMI. Oppure odio totale verso Renato Zero poi a manetta in scaletta il pubblico applaude e pensate: “poveri idioti..”. Ma che cazz..? Loro sono idioti? Mi sono perso qualcosa? Ma voi avete una giustificazione. Certo che ce l’avete. LA giustificazione. “Mi pagano”. (!!!) Aaaaah ok. Allora va bene. Operai. Va benissimo, ok. OPERAI. Provate a definirvi “artisti” che chiamo i miei amici eroinomani e vi faccio pungere. Voi non siete meglio dei DJ. Non è che perché vi piacciono i Led Zeppelin siete culturalmente più evoluti di chi ascolta Moby. Eppure è un meccanismo mentale radicato. Io spero di non essere frainteso, ho suonato in cover band per una vita. PERO’ (la congiunzione che più odio al mondo.. hai ragione PERO’..) qui si tratta di mettere un po’ d’ordine. Dietro ogni passione c’è uno studio. Dietro ogni arte c’è la rivoluzione. Piccola o grande che sia. A ognuno il suo, insomma. Se suonate nei locali il rockenrolle per divertirvi vi abbraccio forte, perché è una benedizione. Se vi credete più furbi di quello che fa il DJ perché voi avete lo spirito del rock nelle vene beh.. spero vi spacchiate una gamba mentre imitate le movenze di Angus Young. Pagliacci.

Poi non è che se scrivi inediti sei dalla parte dei buoni, sia chiaro. C’è anche chi scrive il pop più schifoso perché vuole fare dammoney. Ecco, quelli son peggio delle cover band, perché oltre ad essere schiavi di un mercato sterile che puzza di morto secondo me neppure si divertono. Credono di essere meglio del mondo perché ogni canzone che scrivono sarà il prossimo tormentone dell’estate e mandano valanghe di demo a destra e sinistra aspettando il momento in cui firmeranno autografi sulle tette. L’ho fatto anch’io. E’ un errore, ma non è che non si può mai sbagliare. Perseverare invece si dice in giro che sia diabolico. Ecco, ‘sti tizi son quelli che poi pagano le etichette per farsi pubblicare (L’ho già detto che un’etichetta discografica che ti chiede dei soldi non è un’etichetta discografica? Eh, che poi la gente non capisce). Però alla fine tutti questi aspiranti Cremonini finiscono a fare “50 Special” all’inaugurazione del nuovo locale cinese e quindi si estinguono da soli nel giro di qualche anno. Pace e amore.

Impegnarsi a tempo pieno con una cover band è una sconfitta. Una bandiera bianca su cui c’è scritto “non ho più un cazzo da dire, anzi forse non ce l’ho mai avuto”. E’ un divertimento, un cazzeggio, un modo per passare il sabato sera (se vi danno il sabato, al locale). Non c’è niente di artistico, è un ostinato rimanere attaccati al vecchio ricordo stagnante del motivo reale per cui avevate imbracciato uno strumento. Diventare qualcuno. Beh, qualcuno si diventa quando si ha qualcosa da dimostrare agli altri. E, ve lo assicuro, non è riuscire a fare uguale l’assolo di Hotel California.

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POST019:And_the_winner_is:stocazzo.

martedì, giugno 9th, 2015

Cioè, dei tizi che conosco una volta han vinto un concorso musicale, si chiamava “La Spiga d’Oro”. Pensa un po’. Han vinto un piattino d’argento che dopo una settimana è diventato un posacenere e poi boh, chissà dove cazzo è finito ‘sto piattino. La gloria è durata qualche ora, il tempo di ubriacarsi e vomitare. Convinti di essere i numeri uno. Sì. Va bene.
Ora… A PARTE che non si comincia un discorso con “cioè” ma, secondo voi, a cosa serve partecipare ai concorsi? Ve lo spiego io.

A nulla. Eh, dai, che domande di merda. Portate pazienza, non è questione di opinioni personali. Sono una stronzata nel loro concetto di base. Non solo non servono, son pure nocivi. Ti insegnano due cose, principalmente; numero uno: la competizione prima di tutto. Come se a qualche miliardo di cinesi fregasse qualcosa di cinque poveri stronzi che si fanno la guerra che neanche i guerrieri della notte. Assistere a delle risse tra i Gallagher e gli Albarn della fottuta provincia Padana? per me è no. L’opposto di ciò che serve a una band emergente che invece dovrebbe imparare sin da subito la collaborazione. La musica non è uno sport, non c’è nulla in palio da vincere. Se invece di partecipare ai concorsi per vedere chi ce l’ha più lungo i gruppi locali si unissero potrebbero fare grandi cose. Concerti, rassegne, sala prove in comune. Dite di no? Va bene dai, continuate a insultare il chitarrista di quella band che suona meglio di voi. Magari smette.

Numero due: ti fanno capire che l’hobby (non parlate di lavoro per cortesia, e poi fate i concorsi) del musicista è veramente un hobby di merda. Meglio fare i puzzle con le donnine nude. In soldoni: ti svegli alle quattro bevi sei caffè fumi cento siga e fai duecento fottuti chilometri per salire su un palco a Treviso. Il concorso si chiama “Musicandolestelle” (che è meglio che non lo scrivete su twitter, datemi retta) ed è una guerra tra band (sigh) e il primo classificato di stocazzo vince cento euro e una foto con Cristiano Malgioglio che è l’ospite della serata. Nel frattempo avete fatto delle prove di merda (perché il fonico lo pagano poco e non c’ha tutta sta voglia di fare bene i volumi a tutti quelli che si credono gli Aerosmith), la batteria montata per i mancini ve la potete infilare nel culo e il pubblico che avete di fronte per l’esibizione (due canzoni) è composto dalle altre band che vi guardano male e vogliono uccidervi. E poi arrivate ultimi e vi sentite dei falliti. La band che trionfa invece si convince di essere gli Aerosmith.

“Bisogna confrontarsi” “fai vedere cosa vali” “che vinca il migliore”. Se qualcuno vi dice queste parole piantategli la cannuccia dell’estathé sulla schiena. Smettetela di andare ai concorsi musicali, anche quelli più rinomati. Questa cosa del dover cercare “la spinta” di dover fare “la gavetta” ormai c’ha ben bene rotto i coglioni. La ricerca della grande occasione vi farà perdere del tempo e quando si parla di autoproduzione il tempo è tutto ciò che avete, è il vostro budget. Vincere una competizione non è la vostra occasione, anche se la è Castrocaro o qualche altra troiata che poi finisce sui giornali. Gli stessi reality, che sono ormai delle gare a chi ha meno vergogna intellettuale (vedi Emma Marrrrone. Insegnante. Insegnante? Insegnante?!), non sono più un trampolino di lancio (in realtà non lo son mai stati) ma uno spremilimoni che acchiappa qualche povero cazzaro e lo inietta sul mercato (saturo) bruciandolo come fosse il nuovo allenatore del Milan. Dunque, dove sta l’occasione? Di fare due soldi forse? Certo, ma a quel punto ragazzi studiate e poi emigrate in Danimarca a fare i chirurghi. Vi darà più soddisfazione. Non. Perdete. Tempo.

Bisogna fare delle scelte e, come ripeto da un paio d’anni, abbandonare la via tradizionale. Perché non funziona, non perché si vuole fare gli alternativi. Se funzionasse avremmo musica di qualità maggiore in Italia no? Ma non disperate. Prima o poi qualcuno aprirà una breccia e probabilmente sarà uno di voi, che non andate ai concorsi, che bypassate le etichette discografiche, che la SIAE non sapete neppure cos’è e che avete il sospetto che nell’anno del Signore 2015 alcuni cose siano superate. Amen? Amen. Ora… qualcuno mi vuol spiegare, di grazia, che fine ha fatto quel cazzo di piattino della Spiga d’Oro?

POST018:All_we_are_saying.

mercoledì, aprile 29th, 2015

“Life is what happens to you while you’re busy making other plans”. L’ho letto in un ristorante l’altra sera, una di quelle targhe che trovi da Ikea o quelle robe che vedi sulle bacheche facebook di certi zii con dei problemi di vita sociale. Beh, è un verso di John Lennon. Quel tizio con gli occhiali rotondi avete presente? Beh, è una bella frase. Anzi, è una frase stupenda, di quelle che se non fosse scritta su una targa in un ristorante ma la ascoltassi tra gli accordi di un pianoforte e stessi veramente ascoltando, ti verrebbero le lacrime agli occhi. Perché la musica non è una cosa seria, ma a volte ti strappa il cuore e se lo ingoia.

Cioè, a me De Andrè mi faceva cagare. Mio padre mi diceva “ascolta” e io dicevo “mavalà”. E giù di power metallo che tanto di quello che dicono non ce ne frega un cazzo. Di solito son storie di draghi o giù di lì. E poi sono in inglese, voglio dire, in Italia abbiamo ‘sto problema con l’inglese che tipo il premier è uno di quelli che lo parla meglio shis. Vabè. Partivo da lontano per dire che, porca merda, di solito non è che le canzoni in inglese le sentiamo per il testo. Cioè, voglio dire, nessuno sa che cazzo vuol dire Whole Lotta Love. TananaNA’. Onalotalo-love. Eh, dai. Poi magari cresci un po’ e cominci ad ascoltare, ma davvero, oltre a muovere il cranio a centrifuga. Ed è allora che scopri la poesia. Senti Mr. Tambourine, poi vai a leggerti il testo, poi lo traduci. Poi lo capisci. E allora realizzi che ti sei perso una bella fetta di quella che, quando vuoi fare l’intellettuale della media borghesia, hai sempre chiamato “arte”. Certe volte anche la fetta più grossa.

De Andrè appunto, che mi faceva cagare. “Ascolta!” “Mavalà”. Poi ho ascoltato. Ho ascoltato qualcuno che sapeva spiegare, che mi ha raccontato una storia, mille storie, la mia storia. E ho allora ho cominciato a sentire quello che avevano da dire questi menestrelli, questi giullari che spaccano chitarre elettriche che ti raccontano la vita in mezzo al rumore. Vasco Rossi, che non si capisce perché è diventato Gesù Cristo più o meno nello stesso periodo in cui ha barattato il suo talento con il cervello del mostro di Frankenstein Junior, è l’esempio perfetto di quello che si può dire con il testo di una canzone. Parlo di Vasco, non di quel tizio che si spaccia per lui ora. Parlo di “Ho perso un’altra occasione buona stasera, è andata a casa con il negro, la troia.” Ecco. Che lo vogliate o no, Vasco era bravo. Comunicare. Sto parlando di rock, musica popolare, non di William Blake o Dylan Thomas. Sto parlando di quelli che: “ah sì ce l’ho un disco di quel tizio a casa.” Beh, ‘sto sermone a che serve? Ah non lo so io, voi volete scrivere canzoni? Sì? Ecco bravi allora statemi a sentire. Comunicare. Raccontare. Dire. Dite qualcosa. Sì, vi concedo due minuti del mio tempo prezioso invece di comprare una colonia di formiche su eBay quindi? Quindi coraggio, ora tocca a voi. Fanculo le rime, fanculo “sole Quore ammore”. Potete farcela? Certo, perché se scrivete canzoni volete farlo.

Pensate a ciò che è in grado di fare una canzone. Certo, ormai la musica è in filodiffusione al supermercato, in attesa al numero della vodafone quando vuoi sapere il credito, Mozart in una pubblicità di Activia, ma immaginate quando a quindici anni eravate chiusi in camera a pensare ai cazzi vostri e partiva quel disco, proprio quel disco, che è l’esempio perfetto del male o del bene che possa fare un testo. Di quanto si possa essere poeti tra gli accordi di uno strumento e di quanto si possa influenzare i sentimenti di chi ti sta ascoltando. Ecco il punto. Il poeta carnefice di sentimenti, che possiede quel violento dono oscuro di cui a volte non ha controllo, e il tuo cuore batte più forte. Il poeta ha le chiavi per entrare e consolare, oppure stuprare le tue emozioni. Emozioni. Sto esagerando? Il cazzo che esagero e voi lo sapete, anche quegli stronzi capitati per caso su questo blog di merda, quelli che passano la giornata a fare dei timbri e a picchiare su una calcolatrice e che conta solo quello che si può toccare. Anzi loro lo sanno meglio di tutti. Il testo di una canzone non si può afferrare con le mani, solo con l’anima. Parliamo di artisti: Lennon, Bowie, Jim Morrison, gente che ora finisce sulle bacheche FB e che racconta la vita. Anche quando è una filastrocca, anche quando è semplicemente uno scherzo. Bisogna imparare a esprimere. Disagio, felicità, denuncia e, sempre perché è per questo che è nata l’arte.. amore. Sigh. Eh sì. Senza vergognarsi di ciò che stiamo cantando perché, se non è una bugia, qualcuno capirà. Statene certi. Una delle prime volte che ho pianto per una canzone ascoltavo Bennato. Pensa te, figa. Tra tutte le porcherie che ha scritto c’è anche una canzone sull’isola che non c’è, la favola di Peter Pan. E dice che bisogna cercarla, sempre, tutta la vita, perché è dove si nascondono i sogni. E chiude così:

e ti prendono in giro se continui a cercare
ma non darti per vinto, perché
chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle
forse è ancora
più pazzo
di te..

POST017:Tu_si_que_vales(daterettalloziogerry)

lunedì, marzo 2nd, 2015

“I gruppetti con la chitarra sono finiti sig. Epstein. Torni pure a vendere dischi a Liverpool”. Questa infelice frase con cui i Beatles furono rifiutati dalla Decca un botto di tempo fa ha rovinato generazioni di musicisti. Questa storia che “anche ai migliori han detto di no all’inizio!” mi perseguita. Se Dick Rowe non fosse stato ciucco quel giorno ora a tutti quei mongoloidi che credono di essere delle rockstar si potrebbe dire: “Eh mi sa che fai cagare, il talento si riconosce subito. Pensa ai Beatles”.

Uè, capiamoci. Io sono il più grande sostenitore dell’insulto al discografico, nonché grande ammiratore del disprezzo verso la critica musicale. L’arte in generale è un’espressione personale di qualcosa di intimo, un’emozione che viene ostentata, impressa nel tempo e nello spazio tramite uno strumento casuale e occasionale (una penna, un pennello, un pianoforte). Trovo curioso che esistano persone retribuite per pontificare ciò che è giusto o sbagliato in questa materia. Parliamoci chiaro: adoro passare ore a seppellire di parole i malcapitati interlocutori che hanno avuto la cattiva idea di introdurre il discorso “musica” o “cinema” in una discussione fino a quel momento civile, a volte (molto spesso ad essere sinceri) con la presunzione di essere più colto e preparato di loro sull’argomento. Accade anche che mi scappino frasi tipo “quello è una merda” oppure “inascoltabile inguardabile roba per deficienti sociopatici”. Quello che cerco di fare è in qualche modo quello di opinare e confrontarmi, catalogare, indicizzare ciò che penso rapportato ad un contesto. Detto in klingon: faccio del soffoco. Però è divertente.

Dick Rowe dopo aver mandato a stendere i Beatles ha scritturato gli Stones. Del tipo: figa non è che mi son proprio rincoglionito, dai. All’epoca i discografici avevano il mondo spalancato, cercavano di vedere più lungo degli altri, cercavano il talento. E’ sempre stata una questione di soldi, chiaro, ma avevano una ragione di esistere, una predisposizione a capire quel tipo di mercato e scovare chi aveva i numeri per sfondare. La guerra si combatteva sempre sullo stesso terreno: il peso artistico. C’è un particolare che caratterizza quel tipo di mentalità, quella visione così ampia dell’arte che ha portato in vetta alle classifiche gente come Bowie, I Joy Division o gli stessi Stones. Il difetto. Quello macroscopico. E’ lì che abbiamo perso la guerra.

I talent show hanno fatto il funerale ai difetti. Morti già da un pezzo eh, ma giusto per non sbagliare lo abbiamo certificato. Il messaggio che passa oggi è: puoi migliorare, torna la prossima volta. Dopotutto anche ai Beatles han detto di no. Come se fosse un’interrogazione di geografia. Hai dei difetti, correggili, devi migliorare. Cioè provate a immaginare i Ramones a un reality musicale. Dovete migliorare. Bontà di Dio. Io sono uno che adora i consigli, ma ho imparato a selezionare le persone da cui ascoltarli. Ecco il punto. Dick Rowe era uno che la sapeva lunga, che poi abbia preso una cantonata è un altro discorso. Se domani me lo trovassi in studio e dopo aver ascoltato un po’ di roba mi dicesse: “Sig. **** lei dovrebbe aprire un negozio di dischi a Liverpool” probabilmente lo ascolterei. Voglio dire: è Dick Rowe, non Gerry Scotti. Quello era il mondo reale. Noi viviamo nel mondo reale, non a “tu si que vales”. Eccheccazzo.

Dunque seguendo il perverso pensiero che ora va per la maggiore tutti dovrebbero cantare come Whitney Houston o Stevie Wonder per essere degli artisti. Cioè ragazzi, parliamoci chiaro. A me Stevie Wonder fa cagare. Preferisco Billy Corgan. O Brian Molko. Il difetto. Quello che impedirebbe a Tom Waits di andare a cantare nel coro di sarabanda. O a Jimmy Page di suonare nell’orchestra di Sanremo. Dovete prendere con le pinze i consigli. A volte non si può migliorare. A volte non si deve migliorare. Quando si presenta il proprio lavoro ad un produttore, ad un’etichetta o lo si sottopone ad un giudizio critico interno alla band, il vostro interlocutore dovrà avere il fiuto critico per essere costruttivo. Magari siete dei cani a cantare ma scrivete meglio di Bob Dylan. Magari suonate il piano come una scimmia ma state inventando un genere. Oppure siete brutti ma siete i nuovi Happy Mondays. Il terreno di scontro non deve essere rapportato ai canoni della musica mainstream del momento, altrimenti avete perso in partenza. Perché quelli sono degli standard, dei binari a senso unico che castrano lo spirito artistico. Mai, mai, mai venire a patti con la propria onestà intellettuale, altrimenti non siete pronti per un’autoproduzione. I compromessi lasciateli a Mengoni e quella gentaglia lì. Che son dei delinquenti.

Poi c’è sempre un’altra possibilità. Quella che facciate veramente cagare. A quel punto è inutile migliorare. Potete sbattere la testa per sempre contro un muro di gomma. Magari non avete alcun talento e fidatevi, qualcuno ve lo farà notare. Quando i Dick Rowe di sta minchia che vi consiglieranno di cambiare mestiere (o hobby che sia) diventeranno quattro, cinque, dieci, allora è il caso che vi facciate due domande. Perché per un discografico, anche di quelli con i coglioni, pronti a scommettere su qualcuno, l’obiettivo rimane quello di vendere un prodotto. O regalarlo, cambia poco, l’idea è che qualcuno la ascolti, quella roba. Poco male, potrete per sempre continuare a fare dei dischi per voi, e solo per voi. Oppure iscrivetevi a The Voice. Magari piacete allo zio Gerry. O magari no ma, dopotutto, anche ai Beatles all’inizio han detto di no.

POST016:La_Technique!La_Technique!

venerdì, gennaio 23rd, 2015

Voglio disimparare tutto quello che so. Per me non è così difficile dopotutto visto che sono un musicista di merda, ma me lo sono segnato comunque. Dimenticare tutto. Voglio dire, BB King non sa fare gli accordi, perché io sì?

E’ una cosa che mi ha sempre dato al cervello, probabilmente perché la mia pigrizia estrema necessitava di una scusa per evitare troppe seghe con il solfeggio e le scale misolidie. La tecnica non serve. Ormai c’è troppa concorrenza. Una volta se facevi un po’ di casino con le dita ti facevano i complimenti. Tanto la gente non capisce un cazzo, si diceva. Ehi mamma sono bravo! Un po’ come i calciatori degli anni 80 che avevano i pantaloncini ad altezza capezzolo e le gambette ossute mentre oggi puoi parlare con i loro addominali. Eh.. uguale per i musicisti. I bambini di merda che vogliono studiare uno strumento vanno a scuola due anni e sanno già suonare gli assolo di Zakk Wylde mentre navigano su youporn.  Che ingiustizia.

Succede che mi capita di vedere tanti bei gruppi dove il cantante non sa cantare, il chitarrista non sa fare gli assolo e il batterista va fuori tempo. I bassisti invece di solito sono tutti fighi*. Succede anche che gli amici (magari costretti ad essere presenti al concerto) si strappino i capelli decantando chissà quali livelli di fenomenaggine, si addormentino, si scoglionino oppure si lamentino per il troppo rumore. Se uno degli spettatori magari è due mesi che va a lezione di pianoforte può permettersi di sparare a zero sull’incapacità tecnica dei musicisti, sentendosi come chi cita Blake a una platea che legge Fabio Volo. E per il gruppo sul palco è altrettanto importante fare la figura dei maestri. Se il tastierista sega una nota si guardano male e magari gli rompono la testa a esibizione finita. Ora, tanto per dire, io ho cominciato a interessarmi di musica quando mi sono intrippato con il metal. Capelli lunghi, jeans attillati mostrapacco e quel gesto con le mani tipo corna avete presente? Ecco. La tecnica allora era tutto. Cioè, quando ascolti i dischi degli Stratovarious e pensi che siano degli artisti straordinari il minimo che ti deve capitare è che ti caghi addosso. Magari quando sei con una tipa. Ad un concerto.

Non è che mi fa schifo sentire uno bravo che suona eh. Il discorso però è un altro. Facciamo il tipico esempio del cazzo che poi alla fine si torna sempre lì. I Nirvana. E qui partono le polemiche “eh.. sopravvalutati – eh.. son dei cazzoni – eh.. non sapevano tenere gli strumenti in mano – eh.. io li odio”. Ok. Facciamo che glielo succhiamo tutti ai Nirvana, perché ci son delle discussioni che devono partire da un concetto base che va al di là del gusto personale. Hanno cambiato la storia del rock con uno dei dischi più belli di tutti i tempi. PUNTO. Ok? Vogliamo fare gli intellettuali e sostituire Nirvana con Mc5/Television/Ramones/Sonic Youth/Wolf Eyes/My Bloody Valentine e (condizione sine qua non per parlare di musica rock) The Velvet Underground? E ce ne sono altri. Massì ce n’è un fottio non è che dobbiam star qua a far l’elenco. Il succo è che si può essere bravi anche se non si è bravi. La tecnica non è altro che un mezzo per ottenere quello che si vuole. Se vi serve, ma se vi serve veramente, allora potete passare tutta la vita a studiare con il metronomo. Ma se andate a vedere lo spettacolo di Umberto Smaila e il chitarrista è un mostro, magari uno dei più bravi che abbiate ascoltato nella vostra vita, beh.. capito? Libidine. Un po’ come se uno uscisse da harvard con il massimo dei voti per andare a lavorare in un film porno. Come aiuto parrucchiere. Doppia libidine.

Dopo un po’ che ascoltando metal non riuscivo più a capire chi andasse più veloce tra il batterista dei Machine Head e quello dei Fear Factory mi sentivo un po’ confuso. Ecco, allora è venuto fuori il discorso del “gusto”. Quel batterista ha più gusto di quell’altro. Uh. E quel chitarrista ha più gusto di quello. Uh.. e.. niente i bassisti son tutti dei galli*. Poi però il discorso si è fatto ancora più complicato. E gli AC DC? Cioè.. il batterista degli AC DC non ha mai fatto un tempo diverso. Però loro son fighissimi. E poi? E poi chi è che ha più “gusto” dei tre chitarristi degli Iron Maiden? E soprattutto.. che cazzo vuol dire gusto? Ma che cazzo ne so. Gusto, talento, arte. Gli Stratovarious possono andare a 600 bpm di metronomo e avere gusto ma in sostanza fanno cagare. Tutto qua. Il musicista bravo, quello con il dono a cui bisogna aspirare e a cui ispirarsi è quello che inventa, che si distingue da un altro, che fa quello che deve fare. Ma cosa credete, che andando a scuola vi insegneranno a suonare come Dave Gilmour? Certo sarete in grado di suonare tutto quello che Gilmour ha scritto, ma è come andare a fare un corso di disegno per poi passare il proprio tempo a ricalcare con la carta velina i dipinti di Monet. Quello che avete tra le mani è un mezzo. Imparare ad usarlo bene non vi farà mai male, questo sia chiaro, ma senza che vi abbiniate un’idea, il vero, reale motivo per cui quel mezzo esiste, valete esattamente come quel numero che sta in basso a sinistra nel quadro numerico della tastiera.

E’ sempre il solito discorso, potete abbinarlo a qualsiasi tipo di arte. La fotografia. La pittura. La scrittura. La tecnica è al servizio dell’arte. I Velvet Underground hanno creato il rock e la batterista non ha mai tirato un colpo ad un piatto. Allo stesso tempo la tecnica ha permesso ai Metallica di esprimere un concetto altrimenti inarrivabile. La tecnica fine a sé stessa magari vi permetterà di vantarvi al bar ma nulla più. Oppure potrebbe capitarvi di finire a fare il turnista con Biagio Antonacci. Ecco, dico ancora questo e poi chiudo. Un musicista che ha studiato come un bestia per finire sui palchi a suonare gli accordi per Nek e quelle capre lì è esattamente uguale ad un operaio della FIAT. Non venite, non ci provate porca troia, a parlarmi di passione e di arte. Siete degli operai. No io sono un musicista! Ok. Un musicista operaio. E’ il tuo mestiere. Non lo fai per esprimerti, lo fai perché ti pagano. Dici di no? Allora fallo gratis.

Morale dell’articolo? Ma chi cazzo vuole farvi una morale, se volete scrivere e produrre roba vostra questo discorso l’avevate già capito. Un mezzo. La tecnica è il Caronte che vi traghetterà in quel posto terribile che è l’idea che frulla in quella vostra testa di cazzo. Quell’idea meravigliosa o magari orrenda. Ma che deve essere sempre il vostro fine, il vostro obiettivo. E poi ricordate un’ultima cosa sulle capacità tecniche: ci sarà sempre un cinese che sicuramente è più bravo di voi. Ne sono assolutamente certo.

 

 

 

*questa potrebbe essere una bugia.

DIVAGAZIONE005:I_10_motivi_x_cui_non_ce_la_fate(rete).

giovedì, novembre 6th, 2014

Cioè sta cosa che i blogger più sfigati di me fanno un sacco di visualizzazioni con delle cagate di post che vogliono fare i simpatici sulla pellaccia dei musicisti mi fa incazzare che non ne avete idea. Che poi i musicisti ridono come degli ebeti. Io scrivo un sacco di robba buona che uno si fa una cultura e invece la gente va a leggere ste troiate tipo “perché il chitarrista scopa di più” oppure “i 10 modi per avere successo”. Mi fate incazzare perché poi le condividete su Facebook e la gente le legge e le condivide e poi le condividete di nuovo e insomma checcazzo. Non vi sopporto più. Spero vi vada di traverso una mentos e che abbiate solo della coca cola per mandarla giù.

Dai! Ho deciso che ci provo anch’io. Ultimamente ho letto un articolo del tipo: “Ecco perché dovete credere ai vostri sogni”. Crishhhto. Una roba commovente, alla fine mi son quasi convinto che tutti possono diventare delle rockstar. D’altronde, dici, se c’è riuscito Max Pezzali. Ecco, io invece vi scrivo: “ecco perché non ce la farete”. Che è più onesto. Dedicato a tutti i musicisti che provano a sfondare. I dieci motivi per cui non ce la farete. MAI.

1. Siete antichi. Senza offesa eh.. non è che adesso mi dovete bucare le gomme della bicicletta. Nel senso più puro del termine. Le vostre preoccupazioni sono, nell’ordine, la SIAE (che sennò scopiazzano i vostri capolavori), le date dal vivo (che cazzo non si suona più maledetti locali maledetti e alla gente non gliene fotte), tirar fuori qualche milletta per pagare l’etichetta discografica, spedire settordicimila demo in giro agli ex musicisti falliti che hanno gli agganci (cazzo mio padre una volta è andato a cena con Don Miko, non si sa mai..) e accendere qualche cero in chiesa affinché Dio guidi Caterina Caselli (vi prego.. vi imploro..) a scoprire il vostro immenso talento. Tutti pensieri che, dopo aver acquisito le giuste informazioni, non dovrebbero essere il motivo delle vostri notti insonni. Perché la SIAE non vi serve, i locali andavano di moda negli anni settanta, le etichette discografiche sono più fallite di voi e Caterina Caselli non capisce una merda. Ma voi no, non cercate le informazioni. Voi volete solo degli alibi del cazzo per dare la colpa a qualcun altro del vostro insuccesso.

2. Volete vendere. Scrivere la hit che vi copra di figa e quattrini è il vostro obiettivo. Firmare il famoso contratto a sei zeri con il signor Pietro Sony insomma. Vi hanno raccontato che si può fare? Era una bugia. Ma non ve lo dico io, ve lo dicono i numeri. Sentiamo, quanti gruppi rock da classifica sono usciti in Italia negli ultimi dieci anni? Ecco. Eppure niente, a voi interessano gli sghei. Quindi mettete in vendita il vostro Ciddì a 15 € e state tranquilli che ve lo comprano e entrate in classifica. Quella di Tv sorrisi e canzoni per capirci. Bontà di Dio. Concentrate le vostre energie su ciò che avete da dire, non su quello che la gente vuole sentirvi dire.

3. Sti cazzo di reality. Nessuno vi toglierà mai dalla testa che è colpa di Amici se la musica è andata a troie. NON.E’.VERO. Quei programmi di merda non fanno altro che raschiare il fondo di un barile artistico che evidentemente non ha più molto da dire. Va da sé che poi quegli sfigati che saltano fuori da x factor e compagnia non durano più di una stagione. Ed è il pubblico a cui si rivolgono a richiedere questo. Si necessita istantaneamente di rimpiazzare un Valerio Scanu con la suora di turno (in effetti cambia poco) per vendere più copie di “Cioè”. Esiste ancora “Cioè”? Merda spero di no.

4. Sti cazzo di reality. Perché volete andare a “the voice”? Per vedere se i capelli bianchi di Pelù gli finiscono nel cervello e glielo incasinano? Allora ok. Altrimenti martellatevi una mano. Ve lo dice Dave Grohl (quel tizio che suonava con Krist Novoselic) boia de. Pulite un garage e mettetevi a suonare. Perché Lou Reed, Bob Dylan o quello coi baffi che suona nei Motorhead a “the voice” si sarebbero sentiti dire da J-ax che non valevano una sega. O da Rudy Zerbi, ma qui entriamo nel campo delle grandi bestemmie. Se avete bisogno di far sentire quanto è bella la vostra voce a chi fa le selezioni di questi format allora non valete nulla. Ma proprio zero.

5. Siete arroganti. Io ascoltavo gli Smith e traducevo i testi e so chi cazzo è Roy Harper quindi abbiate pazienza, ma voi non capite un cazzo. Ecco fatto. Il frustrato che mette i My Bloody Valentine nell’ipod a ripetizione e tutti gli altri sono degli ignoranti. Quindi è sempre colpa della cultura musicale (che effettivamente ad oggi rasenta la disperazione, ma è un altro discorso) della gente se non riesco a sfondare. La colpa è sempre degli altri. Della casa discografica che è incapace, della Barley Arts dei poveri che mi fa suonare in posti di merda e soprattutto della gente. Che ascolta gli U2 invece di Thurston Moore. Se tutti fossero intelligenti come me il mondo sarebbe un posto migliore. O almeno è quello che credete.

6. Facebook, ReverbNation e i social network in generale. Allora, io son d’accordo che la condivisione e il passaparola siano una figata (anche perché sono gratis e gratis è quasi sempre una figata), ma ci va un criterio. Ne abbiamo tutti pieno lo scroto dei vostri “votatemi!” al concorso di sto cazzo e del vostro nuovo videoclip. In particolare se non seguo la pagina del vostro gruppo di merda e mi avete abbindolato chiedendomi l’amicizia sfruttando la foto profilo di una donnina nuda. La gente dopo un po’ considererà i vostri post al pari di quelli sulle scie chimiche e non vi cagherà più di striscio. Il social network è esattamente come l’esplosivo al plastico. Bisogna saperlo usare bene oppure si fa una brutta fine.

7. Volete andare a Sanremo. Sta cosa di provare ad andare a Sanremo giovani mi dà al cervello. Cioè, tra tutte le cose intelligenti che un musicista può tentare.. non c’avete proprio capito un cazzo eh? Ma il problema di base è che forse considerate ancora Sanremo come qualcosa di importante, una specie di vetrina. Sappiate che fino a quando gente come voi perderà del tempo a compilare tutte quelle cagate di carta e a leggere regolamenti Fabio Fazio avrà uno stipendio. E questo è male.

8. Ve ne fottete dei consigli. Essere convinti dei propri mezzi non è per forza sempre un bene. Non siete sempre furbi. Questa storia che “anche ai Beatles hanno detto di no” sta diventando un alibi del cazzo per non ascoltare chi magari ha capito dove state sbagliando. Non sto dicendo che dovete dar retta al primo che passa, ma se dieci persone vi consigliano di “cambiare il cantante” allora magari un dubbio fatevelo venire. Il vostro cantante fa cagare. Da soli non si può fare nulla, a meno che non siate dei fottuti fenomeni. E, fidatevi, non lo siete.

9. Vi affidate alle etichette discografiche. Merda. Non lo volete capire vero? La tempesta dischi e Garrincha dischi sono il canto del cigno. La discografia sta fallendo. Il sistema sta collassando. Ma va, io sono un coglione, cazzo volete che ne sappia. Ecco. Ecco perché non ce la fate. Non ci si arrende all’evidenza. Si PAGA un’etichetta, si sborsano migliaia di euro per inseguire il grande sogno. Pagare per farsi pubblicare. Santo cielo. Non fatelo, e qui ve lo chiedo per favore. Non pagate le etichette, non fatevi inculare con la storia della co-produzione del disco, perché il disco non solo lo producete voi, ma gli lasciate ancora del grano attaccato alle dita a quegli stronzi. E’ una categoria condannata all’estinzione, ma fino a che voi vi farete fottere dei soldi sopravviveranno. E, soprattutto, voi non combinerete niente. Un cazzo di niente.

10. Vi credete più bravi degli altri a suonare. E magari lo siete pure. Chi perché ha fatto il conservatorio, chi perché sa fare i tempi dispari alla batteria, chi perché sa solfeggiare tutto “il Trillo del Diavolo” mentre intanto guarda The Walking Dead. Insomma, la gara non solo a chi ce l’ha più lungo, ma anche più dritto. Ho visto band di provincia odiarsi più di Gallagher e Albarn senza rendersi conto che il resto del mondo se ne sfancula di loro. Insomma, vietato collaborare. Perché voi siete sicuramente meglio. Più bravi. Beh, c’è un cinese che suona il volo del calabrone con un mandolino molto meglio di voi. Ne sono certo.

 

Eccoci qua, questi siamo noi. Vi riconoscete? No? Cazzo, allora siete forti. Siete i Kasabian? Non credo, è più probabile che sia io ad aver dimenticato qualche puttanata che vi impedisce di guadagnare abbastanza soldi con la musica per mangiare solo MDMA. Eppure.. sono convinto che, nonostante magari incarniate ogni stereotipo del tipico musicista fallito di paese  costì sviscerati, la vostra mente vi continui a spronare ad andare avanti. A crederci. Perché solo così ce la potete fare. Beh, cosa volete che vi dica a questo punto? Lo spero per voi. Davvero, buona fortuna.

 

PS: chiedo perdono per l’utilizzo della parola “rockstar” a una distanza così ravvicinata dal nome di Max Pezzali. Lo so, lo so. E’ un mondo di merda.

POST015:Arriva_l’iphone6_e_(forse)_la_rivoluzione

mercoledì, settembre 10th, 2014

Eravate tutti presi a sbavare dietro all’iPhone 6 e all’AppleWatch (orologio che, tra l’altro, Michael Knight usava già negli anni 80) che non vi siete neppure accorti che ieri sera al Keynote gli U2 hanno presentato il loro nuovo disco. E anche il giorno dopo nessuno sembra essersi reso conto che l’album è già presente, gratis, nella libreria di iTunes di ogni possessore di un account. Cioè, alla fine ne è uscita fuori una roba del tipo: “Massì dai regaliamo un disco. A 500 milioni di persone. Quello degli U2, già che ci siamo.”

Su un forum di musicisti indipendenti qualche tempo fa un diversamente intelligente scrisse: “io il mio disco lo metterò in vendita ad almeno 15 €. Con tutto il lavoro che c’è stato dietro è giusto che la gente paghi!”. Ecco un buon sistema per fare in modo che non lo compri neppure tuo padre. In un periodo storico in cui il prodotto intangibile (il file) volge al comodato d’uso, noi mettiamo in vendita e alziamo i prezzi. Bella mossa. Chi di voi sarebbe disposto a sborsare 15 banane per il disco di Aristide Vizzabuzzoli nome d’arte “Aristide Vizza”*? Il signore là in fondo? Prego, se ne vada.

O alla Apple non capiscono un cazzo di marketing, o gli U2 (noti per essere strutturati come una multinazionale) sono diventati dei benefattori musicali, oppure è arrivato il momento che tutti i musicisti si rendano conto che le cose sono destinate a cambiare per quanto riguarda la distribuzione mainstream. Di cosa stiamo parlando? Cosa spinge Tim Cook a sborsare una carriola di quattrini per aggiudicarsi l’ultimo disco di una delle band più inflazionate del pianeta? E io che cazzo ne so, mica sono Tim Cook. Io capisco solo il principio filosofico, perché è ciò che mi ha spinto all’autoproduzione. La fruibilità, la visibilità, la capillarità di diffusione come mezzo per arrivare a ciò che più ci interessa del nostro amato cliente, l’appassionato di musica: il suo sporco denaro.

Una delle cose che da sempre mi ha affascinato dell’industria pornografica (oltre naturalmente ai suoi fantastici contenuti metafisici) è il principio che essa ha utilizzato, con l’avvento di internet e la conseguente impossibilità di arrestare il fenomeno della pirateria dei suoi contenuti, per difendersi dalle perdite economiche causate da un pareggiarsi dell’offerta rispetto alla domanda a prezzi un tantino troppo concorrenziali: Zero. Contro qualsiasi altra cifra, vince sempre zero. Invece di combattere una guerra, i colossi dell’hard americano hanno cavalcato l’onda, rendendo gratuito in maniera legale ciò che in ogni caso sarebbe stato inevitabilmente diffuso. Si sono buttati sul mercato del “Gratis”. Quando non puoi battere in nemico insomma, fallo diventare tuo amico. Siti come Youporn, Tube8 e compagnia bella di streaming FREE hanno propiziato l’ascesa di portali come Brazzers et similia, dove pagando un abbonamento (solitamente a prezzi abbordabilissimi) si accede a servizi di qualità maggiore. Ora, a parte dimostrare quanto vergognosamente preparato io sia sul mondo dell’intrattenimento per adulti, cosa diavolo cerca di emergere da questo discorso? Cosa c’entrano gli U2 con Sasha Grey? C’entrano eccome (per favore.. niente battute scurrili). Perché il principio della mega operazione commerciale che si è svolta ieri è lo stesso. Dimostrare che ciò che conta non è il prodotto in sé, ma l’utilizzo che ne viene fatto, in modo particolare l’utilizzo che ne fa lo stesso produttore. NON il consumatore finale. Ora, la prova di forza di Apple ieri è stata spaventosa. Mezzo miliardo di persone. Santo cielo. Il disco degli U2 si è trasformato dall’oggetto che si aspettava con ansia (o magari no.. vabè cambiate nome dell’artista che è lo stesso) di acquistare, a una biliardaggine di bite improvvisamente esplosi in tutte le mani dei fruitori delle diavolerie del più grande colosso tecnologico dei nostri tempi. Una rivoluzione concettuale.

Ora succederanno due cose. La prima: un sacco di gente si lamenterà del principiò dittatoriale per cui si è trovata nel telefonino il nuovo disco di un gruppo di merda che non sopporta. Questo è difficile da capire per molti fan degli U2.. ma provate a pensare se la stessa cosa fosse accaduta con Gigi D’Alessio. Beh, in ogni caso non è la disputa sulla qualità degli U2 che mi interessa. Effettivamente può essere una seccatura, ma, si sa, le rivoluzioni non è che partono così, pronti via, che figata. Vi ricordate l’avvento di Napster? La guerra Mp3 VS CD VS Vinyl? Grazie a Dio il disco lo puoi vangare via con un clic e vaffanculo. Però per qualcuno è il principio che conta, e il principio può essere imperfetto. Anche spotify a volte mi consiglia delle cagate che vorrei ingoiare l’algoritmo. BTW.. la seconda cosa che succederà: un sacco di gente comincerà a prostrarsi al sacro logo della mela sostenendo che nulla possa essere più meraviglioso di ciò che viene partorito dai discepoli di Cupertino e difenderà a spada tratta questa operazione a qualsiasi costo. Ecco. La verità, come dice il saggio, sta nel mezzo. Una sola cosa è certa. Ieri è cambiato qualcosa. Ieri, forse, è iniziato qualcosa. E questo può essere meraviglioso.

 

*nome di fantasia. O almeno spero.

POST014:The_importance_of_the_critica_musicale

venerdì, giugno 13th, 2014

Cos’è l’arte? Urge darsi tono intellettuale. Ora! Potrei cominciare con qualcosa tipo “ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte da..” ma no, sto cazzo. Cioè, la domanda è: chi è che può permettersi di parlare di arte? Se la soggettività è la condizione sine qua non (il latino fa intellettuale) per cui arte si possa definire tale, come si può criticare la stessa? E se la musica è arte.. avete capito dove voglio arrivare no? La critica musicale.. che cazzo volete, bontà di Dio?

Il musicista non fa alcuna ricerca dell’arte. Oggi si vuole il successo. Il musicista non vuole più esprimere un cazzo. E’ felice di quello che ha creato? forse. L’importante è che il pubblico sia felice. L’obiettivo è piacere. Essere bravi, secondo i criteri degli altri. Che pettinata (correttore hai rotto il cazzo.. puttanata. PUTTANATA), il miglior modo per rompersi i coglioni della propria passione. Dare importanza al giudizio degli altri. No aspettate! Non chiudete la pagina! questa NON E’ la solita prolissa accozzaglia di luoghi comuni sul fatto di rimanere sé stessi e via così ve lo giuro. E’ per introdurre il discorso. Quanto peso dare a chi “di musica ne capisce”?

Analizzo: di musica ne capisce. Che scuola avresti fatto? Cosa c’è da capire? C’è da essere colti, questo sì, altrimenti che parli a fare? Che poi c’è anche il rovescio della medaglia. Chi ha una cultura importante sulla musica rock difficilmente riuscirà ad apprezzare una determinata corrente musicale che nel nostro paese va per la maggiore, la cosiddetta musica leggera. Che brutto nome. Pop mi piace di più, anche se è diventato ormai sinonimo di merda. Come si può dar torto a chi fa una affermazione del genere scorrendo la classifica della musica pop italiana? Voglio dire.. personaggi come Cremonini, Antonacci, Renga, Mengoni. Siamo fottuti. Legati con del filo spinato a una tradizione che non si evolve, da Battisti a Dalla, gente che se avesse potuto vedere la loro eredità raccolta da questi personaggi avrebbe smesso di fare musica per andare a lavorare da un benzinaio. Ma non divaghiamo. Dicevamo che c’è qualcuno che ne capisce. Le persone che ne capiscono diventano i critici musicali e i critici musicali poi fanno le recensioni dei dischi. Di solito c’è da divertirsi (tipo il blog di Noisey per capirci), ma se un giorno a questi gli capita per le mani il tuo lavoro? A quel punto.. cosa succede?

I metri di giudizio più gettonati dalla critica musicale sono due; A: il solito paragone con il mostro sacro di turno (Battisti, Gaber, Tenco). Del tipo: “sembra un Bennato con influenze garage e uno stile più grunge soprattutto nel vestire”. B: l’alieno alternativo e tendenzialmente non capito dalla massa (ignoranti!). Arriva da solo, col chitarrino, chiede tremila euro.. vuol dire che è bravo (cit.). E a quel punto, quando un’autorevole testa di cazzo che neppure ti conosce ti stronca il lavoro dall’alto della sua superiorità (costruita passando le notti ad ascoltare i Wolf Eye o Merzbow), il giudizio è diventato improvvisamente importante. Perché? Perché la ricerca di cui parlavamo prima non è quella che farebbe un artista che sente di aver qualcosa da dire. E’ la ricerca di uno che punta al consenso. C’è chi punta in alto ai concerti a San Siro e lo sfigato che si accontenta di vendere qualche copia ma, in entrambi i casi, ciò che determinerà il loro successo commerciale è il plauso del pubblico. E la critica musicale fa parte di questo perverso meccanismo per cui ci debba essere qualcuno in grado di giudicare la nostra arte. Ma buttatevi da un ponte. Non i critici eh.. voi. Tutti presi a leggere le recensioni di Rumore e Ondarock e a dare la colpa ai discografici che spingono questo e non spingono l’altro e la moda del momento e via così. A dare retta a quei presi male che credono di conoscervi perché ascoltano una canzone e perché sono i soli (insieme a scaruffi) a sapere che il riff di come as you are è copiato. Ma fatevi meno seghe. Pensate che io ho scritto delle canzoni che non piacciono a mia madre, figuriamoci se me ne fotte qualcosa di quello che scrive rockit. Io scrivo per me. Questo dovreste fare anche voi.

La critica musicale è utile quando è costruttiva. Perché esiste ancora, anche se con sta storia dei blog (vedi il mio) sembra che il gioco più divertente sia “tira la merda addosso”. Ho letto recensioni di dischi prima che scoppiassero al grande pubblico dove qualcuno che davvero ne coglieva il senso (una cosa tremendamente difficile) trovava un modo per spiegare al lettore il motivo per cui quella musica poteva funzionare. Ho letto critici musicali che si astenevano dal dare un giudizio perché non si può dare un giudizio a volte. E non è vigliaccheria, è onestà intellettuale. Leggere qualcuno che cerca di capire, e non di dare un voto, questo è quello che mi piace. Trovate queste persone, e poi saranno loro le persone che avranno la fortuna di poter ascoltare quello che avete scritto voi per voi stessi e vi daranno la loro opinione. Opinione di cui, comunque, non ve ne deve fregare un bel cazzo.

Lo sapete come funziona qui no? Io scrivo tutto e il contrario di tutto. Se ho aperto un’etichetta che produce quello che decido io alla fine non è che sono poi così coerente no? Non è vero. Perché l’arte è soggettiva. Ne parlavamo prima no? Questo vi da il permesso di andare da un’altra persona e dire “mi fa schifo” tanto quanto “è bellissimo”. Filosofico? Ma no cazzo, tangibile, materiale, poesia. Ragazzi l’arte è fantastica anche quando fa cagare. La critica è un modo per passare il tempo a bisticciare con qualcuno che la pensa diversamente da voi e non riuscirà mai a farvi cambiare idea. Per il resto, sono tutte pettinate.

DIVAGAZIONE004:Blog_of_my_life;you_hurt_me

martedì, maggio 13th, 2014

Internet è una figata, su questo siamo tutti d’accordo. Possiamo farci i cazzi di tutti, avere praticamente gratis pornografia, musica, gossip, film e tutto quanto in maniera anonima (ok non è vero ma lo crediamo tutti). Supponiamo però che i nostri interessi siano altri. Che ne so.. magari un giorno ci sale questa bolla nel cervello e improvvisamente vogliamo.. cosa? Informazioni. Beh, per quello ci sono i bloggers. Merda, i bloggers.

Su instagram ci sono i fotografi, su vimeo i registi e su wordpress gli scrittori. Ehi mamma guarda sono uno scrittore. Cazzo. Ormai chiunque può aprire un blog e scrivere, alla faccia di quei sociopatici che hanno studiato settordici anni letteratura o giornalismo per padroneggiare la tecnica e avere un vocabolario che permetta loro di utilizzar parole come sdilinquimento o gaglioffo. E poi? Un giorno arriva Fabio Volo e via, tutti i tuoi anni a studiare bruciati da un popolo con evidenti disfunzioni culturali che si fotte soldi e tempo a leggere troiate scritte da incapaci come se Capote non fosse mai esistito. Puoi vedere il tuo orgoglio che si impicca su youtube. Il blog. Un luogo incantato, senza contraddittorio, dove tutti i monologhi di frustrati che credono di avere qualcosa da dire trovano sfogo spalleggiati dalla libertà di pensiero. Il paradiso del represso scrittore e dell’insicuro lettore che sfoglia il web fin quando non trova chi la pensa come lui. A quel punto si siede sulla sua stessa merda credendo di aver finalmente messo le mani sulla sua chimera: qualcuno che gli da ragione.

Cosa sto cercando di dire? Niente di particolare, stavo solo insultando quelli che aprono la pagina su wordpress per scrivere che la musica italiana è peggiore di quella americana e che se mangi tutti i giorni da McDonald’s diventi grasso. La rete, come gli scaffali delle librerie, è invasa da mercanti dell’ovvio la cui unica qualità è quella di possedere un macbook. Ma l’eccezione è il motivo per cui vale la pena leggere un blog. Informazioni. Quelle che non si trovano sui giornali, sulle riviste o su http://www.siae.it. Quelle che smontano le tue convinzioni con dati oggettivi.

Parliamo dei blog di musica. La rete è subdola. Ti avvinghiano con quelle puttanate filosofiche sul fatto che se fai il musicista ce la puoi fare, che devi crederci, che i sogni son desideri. Poi ci son quelli che ti raccontano gli aneddoti sul rock ‘n’ roll, su Elvis o i Beatles e trasformano una cazzata in leggenda. Il tuo cervello si inebria. Pietà. Pietà. Dobbiamo stare attenti a non farci rapinare le mente con quelle puttanate tipo “I dieci consigli per avere successo!” oppure “I dieci consigli per scrivere delle hit estive!”. Porca puttana, sarete mica come quei grassoni che comprano “for men” perché in copertina c’è Ryan Gosling con la didascalia “addominali così in una settimana!”? Oppure ci sono i blog di quelli che si lamentano di tutto e che ci avvertono che è arrivata la fine del mondo. Pubblicano ‘ste cazzate sulla pirateria e sui reality che hanno rovinato il mondo e giù lacrime. Allora, parliamoci chiaro: noi abbiamo bisogno informazioni. L’ho già scritto? Bene, così vi entra bene nel cervello. Noi abbiamo bisogno di sapere cosa fare se non vogliamo iscriverci in SIAE, cosa fare se un’etichetta ci chiede 20.000 € per registrare un disco, a cosa serve un produttore artistico. Queste cose abbiamo bisogno. Ecco, io scrivo queste cose qui. Credete lo faccia per pubblicità? Fanculo! Prendete i contenuti, controllate la veridicità dei fatti, copiate e incollate sui forum di netlabel (anche se di solito c’è più gente da un benzinaio che lì dentro ), copiate copiate copiate maledizione! Diffondete!

Ce ne sono di blog furbi nella rete. Gente che vi aiuterà a crescere, che scrive le cose che non vorreste sentirvi dire. Ci sarà qualcuno che vi spiegherà per quale motivo non siete fatti per fare i musicisti, il motivo per cui non siete degli artisti. Ovviamente la maggior parte di voi se ne sfanculerà delle critiche e andrà dritto per la sua strada. La selezione naturale farà il resto. Morale della favola: la solita, diffidate delle ovvietà. Non vi servono. C’è ancora gente che si scanna su Facebook perché si dice che il dj “suona”. Ma che cazzo ve ne frega di ‘ste puttanate? Finchè un blog con un articolo su una stronzata del genere vi terrà impegnati un pomeriggio a sbraitare non avrete tempo per scoprire cosa sono le creative commons. O Le netlabel ad esempio. Informatevi. Questi blog sono lì, neanche troppo nascosti, solo da leggere. E poi c’è questo, Empire Netlabel, un altro di quei posti senza contraddittorio dove un megalomane picchia sui tasti tutto quello che vuole. State attenti però, io dico solo stronzate.

DIVAGAZIONE003:OneNation!OneStation!_ma_vaffanculo…

mercoledì, aprile 30th, 2014

C’è una cosa che mi fa una paura bestia. Tipo che devo andare in un posto che ci metto un’ora di macchina. Eh, e magari c’è pure coda che fanno gli sconti all’Ikea o c’è un concerto di J-Ax con la Carrà. Madò. Pensa te se salgo in macchina e BAM: lettore CD rotto. Santo cielo. Io non c’ho mica l’autoradio che attacchi il cavetto e usi l’iPod ‘ttana troia. Cazzo faccio per un’ora? Parlo da solo? Affitto un bambino che piange in autogrill? Oppure… Metto la RADIO?

C’è un sacco di gente che ascolta la radio. Radio Dee Jay, radio Capital, Virgin, Rds e via andare che poi son tutte uguali. Io non riesco a capire come fanno. Io odio la radio. Anzi no, io odio chi gestisce le radio. Io odio i deejay. Se mai uno di quei disgraziati leggerà questo post probabilmente mi darà dell’imbecille e si farà due grasse risate pensando a tutti i soldi che guadagna e che può giocarsi alle corse dei cani. Ma un po’ si vergognano. Ne sono sicuro. Perché quando uno comincia a fare un mestiere che comincia da una passione pensa quasi sempre di spaccare il mondo. Poi invece deve far buon viso a cattivo gioco e mandare giù, barattando la passione con qualche sacco di euro se no ti prendi delle scarpate. E tutto cambia. E a volte diventi un coglione.

Non se ne salva uno. Certo, “Ciao Belli” fa spaccare dal ridere, ma non parliamo di musica. Le radio non sanno nulla di musica. Fabio Volo crede di essere figo perché ogni tanto passa i Doors e fa lo pseudointellettuale  quando commenta i Pink Floyd. E’ arrivato il fenomeno cazzo, a scoprire che Wish u were here è una bella canzone. Mi fanno pena, perché si credono dei grandi, degli esperti. Qualcuno si vanta addirittura. “Max Pezzali? l’ho scoperto io!” Eh, bravo stronzo. La prossima volta preparati un panino col tonno e guardati il Trono di Spade che siam tutti più felici. Io non lo andrei a dire in giro di aver scoperto Max Pezzali. Che poi i gusti son gusti. Il mercato è il mercato. No, signori miei, io mi darei delle frustate prima di passare il Pulcino Pio a ripetizione sulle vostre belle stazioni che fanno tanto share. Non dormirei la notte, altro che mercato del cazzo.

Perché queste badilate di merda sui network radiofonici? Perché sono dei monopolisti senza cuore. Chi ascolta solo la radio non saprà mai chi diavolo è King Krule piuttosto che James Blake, mentre viene bombardato in continuazione con ‘ste maledette nuvole che più maledette di così non so se ce ne sono. Il sistema di diffusione culturale che era una volta è scomparso per lasciar posto a trasmissioni di intrattenimento che si tolgono un po’ di unto dalla coscienza passando ogni tanto Smells Like senza sapere che si prendono per il culo da soli. Non mi interessa essere trasmesso per radio, ve lo giuro sulla mia testa. E’ diventato un sistema perverso (naturalmente guidato dal vil denaro) che ha perso il suo concetto base. Business. Lo era anche negli anni 40, per carità del Signore, però adesso è solo business. Ma si sa, le cose prima o poi collassano. E non vedo l’ora di vedere questo crollo, perché l’arroganza dei network nell’imporsi come quelli che contano e che sono più furbi e che decidono cazzo decidono quello che la gente debba ascoltare.. mi ha rotto le palle. Le radio sono incoerenti, presuntuose, i dj strillano giudizi lapidari e si autosmentiscono se il vento tira dall’altra parte. Prendono per il culo Povia (ponzi ponzi ponzi po) dimentichi del fatto che sia una loro creazione. Sono lo sponsor nazionale dell’ignoranza artistico musicale e si trincerano ignavi dietro gli obblighi imposti da chi versa moneta nelle loro casse. Ma siamo alla frutta. E’ arrivato un algoritmo del cazzo che si chiama Spotify. E gli fa un culo così a questi esperti di marketing che a malapena sanno cos’è lo shoegaze. Spotify salverà il mondo? Magari no, ma sentirete roba un po’ più interessante di quelle merdosissime nuvole. Presto, senza che nessuno la veda arrivare, questa rivoluzione salverà milioni di orecchie dall’ascolto di Nek e di quell’esercito di tritacoglioni usciti dai vari reality. E poi vedremo cosa cazzo succederà alle radio.

Io sono! Messaggero dell’Apocalisse! Ma infatti cazzo, basta fare il predicatore. Chissenefrega di questi post lamentosi e chissenefrega delle radio. A noi ci interessa l’autoproduzione, andare dritti per la nostra strada e poi boh, che succeda qualcosa. Va bene, però uno degli obiettivi ce li dovrà pur avere. Quanto scritto qui sopra è solo un’opinione meramente personale che si crogiola nella libertà di pensiero ed è una perdita di tempo. PERO’, cazzo, PERO’ se nella lista dei vostri obiettivi musicali tirerete una bella riga sopra l’ambizione che la vostra canzone venga trasmessa da one nation one station.. sarete più liberi. E’ importante liberarsi da questa mentalità. Che si fottano i dj felici di andare in filodiffusione al supermarket e felici di parlare all’italiano medio che si beve qualsiasi cazzotta e che se ne frega della musica. Si fottano loro e i loro palinsesti inondati di pop asfissiante che serve solo a far tornare in piedi qualche imbecille del suo stupido investimento. Sulla pelle di chi James Blake se lo ascolterebbe volentieri. Stramaledette nuvole.